 | A ‘du scire , a ‘du scire ‘sta giovane Ci tantu s’è parata? E iéu crìsciu ca à scire alal chièsia E puru a missa cantata. A ‘du scià’ pricàti ‘sta giovane E chiantàtinci ‘nu gigliu Quandu àe so’ matre carissima Àscia ‘ddài e cerca cunsigliu.
L'uomo vestito di nero non sente, non ascolta nulla, ripete come un’eco è morta, è mortaa, è mortaaaa è mortamoorta orta ta , poi comincia a girare per le stanze vuote e accende dovunque candelabri e ceri...Fate luce, fate luce fate luce luce uce per la mia Imelda!, fate luce luce uce ce per la mia Imeldaaa meldaa eldaa daa...fatelucelucepermelda....fate.. -Avete visto che belle candele, comara. Sì, ho visto, comara. Suntu le megghiu , sono quelle di cera preparata con rugiada estiva. Già. Quelle che dànno più giovamento, perché più chiara ete la luce e meno si sforza la vista, non è vero , comare? Giàgià.Ma mi hanno detto che danno anche nocumento, però... Lo sapete, vero? Certo che lo so, lu sacciu lu sacciu, comara: il loro fumo nuoce al cervello e dà la nausea, soprattutto quello delle candele grasse. Ma queste sono le migliori, ve lo dico io che m’intendo di candele. Però …che fetore , comara mia!... Basta stare lontano dall’odorato...voi siete troppo sensibila , comara. Intanto Ser Ataulfo Panza Quadrato guarda sulla parete della sala il ritratto estraneo e freddo della figlia morta. Ulìa cu’ sàcciu chiàngere E forte rèputare Pe’ fare ‘nu mare pìcculu De la porta allu lemetàre Quandu ènenu li prièti Cu’ nu’ pòzzanu vèntrare
E' morta! Il ritratto lo fissa senza vita. Anche il ritratto sembra aver un volto dilavato, cereo, senza vita! Lo prende e lo getta dalla finestra. Maledetto il pittore che lo fece e maledetto me il giorno che nacqui!
Quante simu intra ‘stu vìsetu Simu tutte ndoluràte Ci te mamma e ci te sire Ci te soru e ci te frate. E a ‘du precàti ‘sta giòvine E chniantàntinci ‘nu gigliu Cu’ bascia la mamma soa Cu’ ni cerca ‘nu cunsigliu Lo insegue pietoso don Belisario , il parroco , e dolcemente dice non bestemmiate, signor Conte, vi prego !.Allora il conte Ataulfo Panza Quadrata sbotta. Voi chi siete? Io? Non mi riconoscete... Voi chi siete? Ma...vedete, signor conte… la veste talare...sono il…. Voi, di grazia, chi cazzo siete?!.. Ditemi per favore chi cazzooo sieteee , ditemi per favore chi cazzoooo sieteeee , ditemi per favore… Ma signor conte… Andate...andate...ite itee , e non mi rompete le palle, prete di merdaaa … Il conte è furibondo, comincia a cacciare tutti i convenuti... Teste di cazzo…figli di puttana , andate fuori , fuoriii dai coglioni, Fuoriiii, fuoriii tutti, perdio, o vi prendo a calciinculo ! Ma che maniere, dico e che linguaggio!…. Oh, Dio mio, lu cunte ete ‘mpacciuto! Il conte , rimasto solo, si mette a rovistare dappertutto.Va di stanza in stanza, furioso, indaga, cerca quel che non c'è più. Una ricerca vana, disperata, che lo rende frenetico e quello che cerca ora nemmeno più ricorda. S'accascia sulla sedia come inebetito e comincia a ululare come un lupo uuuuuh..uuuuh…uuh…uuuh…uh!, poi di colpo tace e s’accascia come sacco, cosa morta. Qualcuno si riaffaccia alla corte , chiama altri e ritornano tutti quelli che erano stati cacciati. Vengono altri uomini con le cappe nere ,poi altri con le cappe rosse, tutti in un doloroso silenzio, sono tanti e poi man mano tutta la città si riversa nella Corte dei Reggi. Tutta la popolazione è accalcata nella corte. Il conte Ataulfo si rialza e continua a cercare come un forsennato, apre cassapanche, cassetti, fruga sotto il letto e non ricorda più cosa deve trovare: E spèzzate chianca spèzzate E spèzzate de la ripa E spèzzate de la ripa Tantu cu visciu la facce de fija-ma De quale verme s’à nutrita De quale verme s’à nutrita
Ecco che vengono i musici, s'alza il canto, un inno funebre. S'avvicinano le prefiche e gli angeli neri, gli angeli della morte:
Quattro angeli neri, bella mia ti vengono incontro, sul mare. Piangete, piangete donne vestite di nero e che il vostro pianto sia come un fiume e scorra come sangue caldo. Che si riscaldi l'amata per il lungo viaggio.
Le lamentatrici cantano inni di dolore, gridano, urlano, si dilacerano le vesti e la carne:
Quattro angeli neri, bella mia ti vengono incontro, sul mare.
…vèlame , mamma , de capu a lu pede e poi tutta la persone: e poi alza la manu daritta , dàmme l’urtima benedizione murmurandu e murmurlu muta gente visciu ìeu sonarànnu le campane muta gente nc’è stamane essirò de casa mia cu na grande cunpugnia…
Suonano le campane di sant'Agata e di San Francesco. S'alza il vento e intona una musica di pianto. E' il vento notturno della morte che riporta le barche e le vele dei pescatori.
Piangìti tutte, pìangite , tutte avimu cce dire ci tene mamma, ci tene sire ci tene fili ‘mpassiunati…
Piangete, piangete donne e fate un mare di lacrime. Dove vai, dove vai, fanciulla vestita a festa? Oh, come fugge, come fugge il vento! Oh, come remano, come remano i pescatori! Sentite? E' il lamento delle spose del mare, quattrocento spose chiare vengono dal maestrale! S'è spento il sole. Non ridono più le tessitrici del sole! Eccola, la morte. Scorre come un fiume sotterraneo, ha la voce di un vento incantatore dalle labbra blu, nuota liberamente nella giovinezza delle nubi. Ahi, ahi, padre sventurato! L'uomo vestito di nero s'avvicina alla figlia, le accarezza il viso, la bacia, con trasporto, ora le apre gli occhi...Imelda!, Imelda!...Imelda!...Grida, con il pianto in gola.
E a ddu prekati fija-ma E a ddhai lassati na fenestrella…
Ca jatèra-mu, jatèra-mu Ce jatèra-mu panta na po’ Sara ndè mogghi i fotìa a tto piettu-mo Na mu svisti’ ciso canno’ Ca eè mmu to svinni talassa
Guardatelo, guardatelo il suo corpo! E' metallo chiaro e due azzurri fiori appassiti sono i suoi occhi...Vedete i suoi occhi? Li vedete questi occhi meravigliosi, i più belli che mai siano stati creati in tutto l'universo, li vedete questi occhi, li vedete questi...occhi?.. Sono spenti.Non guardano più, non guardano più...più...pi-ù... Piange ora, disperatamente, senza ritegno e senza fine piange. Ahi, ahi, padre sventurato! L'uomo vestito di nero viene strappato via dal corpo senza vita di Imedla, lo portano nella sua stanza.Ora giace riverso sul letto, ma è come colpito da un invisibile coltello che lo dilania.Don Ataulfo!Signor Conte Panza Quadrato!Signor Sindaco!Gli si avvicinano.E' pallidissimo. ImmobileE' cadavere o sudario?E' la pena o sventura, o presentimento dell'annientamento?L'uomo vestito di nero non risponde , non è presente a se stesso. Si stringe la gola, soffoca. La morte gli è entrata nella bocca come una lieve foglia notturna invisibile che gli spegne l'ultimo respiro.E'in agonia. Rantola. Signor Conte!Signor Sindaco!Don Ataulfo! Il re...il re..., dice con un filo di voce.Il re? Cosa dobbiamo fare, Signor Sindaco?Vivi ancora!Non ci lasciare! Come facciamo senza di te.La città muore.Va in malora. Muove a fatica le labbra. Uno degli ottanta consiglieri anziani accosta l'orecchio alle sue ultime parole....il re... do-ma-ni...il re...do...ma...ni... Il General Sindaco di Gallipoli, Ser Ataulfo Panza Quadrato, conte di Taviano ,Sancto Sodero ed Eraclea, esala l'ultimo respiro.E' morto...E' morto!...E' morto di dolore! Che ti ha detto?Niente.Come niente? Delirava... Il re...domani....Il re? Che significa?...Forse domani viene il re? Il re?... Domani?Impossibile! Delirava.
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