inetbot web crawler
Main  |  Get access to the repository  |  API  |  The robot  |  Publications  |  Usenet Groups  |  Plainweb  | 
 inetbot - Groups (beta)

Current group: it.economia

Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)

Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)  
Notizie Sx
 Re: Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)  
ZigZag
 Re: Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)  
Manomano
 Re: Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)  
never9 at libero.it
From:Notizie Sx
Subject:Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)
Date:Wed, 05 Jan 2005 15:35:01 GMT
http://nsx.altervista.org/modules.php?name=News&file=article&sid=403

Idee per un programma/ Finora la strategia è stata difensiva e perdente: non
serve a nulla inseguire i nuovi concorrenti deteriorando le condizioni di
lavoro. Da dove partire per tornare a sperare nel futuro

Alfredo Recanatesi




Il programma di una forza politica di centro-sinistra - sia essa un partito o
una coalizione di partiti e movimenti - non può eludere il tema della
globalizzazione e delle sue conseguenze per Paesi permeati da cultura,
tradizioni, valori propri dell'Europa continentale ed, in primo luogo,
dell'Italia. Il tema è centrale perché la globalizzazione ha investito tutti,
la vita di tutti, le condizioni del successo ed i motivi dell'insuccesso, il
quadro di riferimento all'interno del quale ciascuno affronta la propria vita
di lavoro e, dunque, la propria vita tout court, la sua collocazione nella
comunità in cui vive, la programmazione e la formazione di una famiglia, la sua
realizzazione di individuo. È dunque un tema che non può essere eluso, poiché
condiziona, ad evidenza, ogni disegno di futuro che una forza politica intenda
proporre.


Se si dovesse attribuire alla globalizzazione una etichetta che ne definisca la
natura politica, occorrerebbe attribuirgliela di destra. La globalizzazione è
di destra per la sua origine, per i processi attraverso i quali si va
realizzando, per le politiche che direttamente o indirettamente induce. Per il
suo aspetto politico, la globalizzazione così come la concepiamo oggi nasce dai
processi di liberalizzazione degli scambi di beni, di capitali e di conoscenze
realizzati o indotti negli anni '80 dalla amministrazione Reagan negli Stati
Uniti e dal governo presieduto dalla Tatcher nella Gran Bretagna. L'assunto di
quei processi era un ampliamento al mondo intero dei mercati dei beni, dei
servizi, del lavoro, dei capitali in modo che ogni attività potesse essere
svolta da chi fosse in grado di provvedervi alle condizioni più convenienti per
l'utilizzatore; ne sarebbero derivati un trasferimento delle produzioni a più
bassa tecnologia nei Paesi emergenti dove i costi sono più ridotti, e nei Paesi
più evoluti una spinta verso l'innovazione e la produzione di beni e servizi
più sofisticati e, dunque, a maggiore valore aggiunto: insomma un eldorado nel
quale tutti avrebbero potuto progredire verso un maggiore benessere.


Non rilevava in questa costruzione teorica il fatto che le comunità nazionali
avrebbero perso molto della possibilità di governarsi, ma questa connotazione
era coerente con la natura, appunto, di destra di quell'indirizzo politico. Una
natura generata dalla convinzione che una evoluzione guidata dalla oggettività
delle logiche di mercato fosse più efficiente di quella che avrebbe potuto
realizzare la soggettività delle scelte di natura politica, per definizione
corrotte, o corrompibili, da valutazioni estranee al perseguimento della
massima efficienza nell'impiego delle risorse. È appena il caso di rilevare che
la concezione della efficienza era ed è riferita a parametri meramente
materiali - il Pil, il costo del capitale, il controllo dell'inflazione, la
pressione fiscale, gli utili delle imprese - senza riguardo alcuno per ciò che
materiale non è - l'equità distributiva, la serenità sociale, il sistema di
tutele, la programmabilità della vita, i patrimoni acquisiti di conoscenze e di
esperienze -.


Del binomio promesso dal liberismo - bassa tecnologia ai Paesi emergenti e
accelerazione dell'innovazione nei Paesi più evoluti - è stato realizzato solo
il primo elemento. Il combinato disposto dell'abbattimento delle barriere
doganali, della forte riduzione del costo dei trasporti e della diffusione
della telematica ha consentito ai Paesi emergenti di imboccare con decisione,
spesso con irruenza, la via della crescita economica. Centinaia e centinaia di
milioni di persone sono uscite dalla povertà e dall'indigenza grazie al fatto
che hanno potuto trasformare in forza competitiva la convenienza dei costi
determinata sia dalle condizioni di arretratezza, sia da fattori culturali ed
ambientali.


Non è stato realizzato, o lo è stato solo in parte, il secondo termine del
binomio promesso, ossia un salto qualitativo ed innovativo dell'attività
produttiva dei Paesi evoluti tale da compensare la perdita delle produzioni a
favore dei Paesi emergenti. Questo termine della promessa non è stato
realizzato perché i produttori dei Paesi evoluti non hanno lasciato ai Paesi
emergenti le produzioni più mature ed a più bassa tecnologia per dedicarsi a
produzioni più sofisticate ed a maggiore valore aggiunto. Se lo avessero fatto,
avremmo potuto attribuire alla globalizzazione una connotazione di sinistra
perché davvero il processo avrebbe determinato una crescita culturale, politica
e sociale dei Paesi emergenti, spingendo nello stesso tempo i Paesi più evoluti
verso livelli di innovazione e di progresso più avanzati.


I produttori di questi ultimi Paesi, invece, hanno sostanzialmente continuato
la loro consueta attività limitandosi ad avvalersi, loro, dei più bassi costi
che era possibile ottenere in Romania, in India o in Cina trasferendovi tutte
le attività a più alta intensità di lavoro, non solo le manifatturazioni, ma
anche i centri di calcolo, i servizi informatici, lo sviluppo dei disegni
esecutivi e molte altre funzioni ad eccezione, beninteso, di quelle di più alto
livello.


Più che di una nuova divisione del lavoro, la globalizzazione suggerisce così
l'idea di una forma di colonizzazione che può finire per connotare il XXI
secolo. I Paesi arretrati si stanno affrancando, ma in funzione della
convenienza dei gruppi industriali e finanziari dei Paesi più evoluti. Del
resto, a Shangai come a Saigon, a Varsavia come a Budapest le rutilanti insegne
che illuminano le grandi strade commerciali sono tutte o quasi delle grandi
multinazionali dell'occidente. Pochi in Europa, e soprattutto in Italia, gli
investimenti effettuati per sostituire le produzioni trasferite altrove o
comunque espulse dal mercato da quelle più competitive. E così, soprattutto se
vista dall'Europa, la globalizzazione appare come un processo al centro del
quale non ci sono gli uomini ed il loro benessere, ma le imprese, le grandi
multinazionali, i loro interessi, la loro competitività.


* * *


Ne è derivata una concorrenza sulle condizioni di lavoro. Al lavoro europeo la
globalizzazione non ha portato l'opportunità di essere impiegato a condizioni
migliori (questa era la promessa del liberismo), ma ha portato la concorrenza
del lavoro di Paesi indietro, anche molto più indietro, nello sviluppo
economico, nel reddito distribuito, nelle tutele sociali, nella protezione
dell'ambiente, nelle norme antinfortuni, nella fiscalità. Il fenomeno,
inizialmente strisciante e poco evidente, si manifesta sempre più distintamente
negli accordi sindacali e negli indirizzi delle legislazioni. Pur di evitare
delocalizzazioni di impianti, ridimensionamenti della produzione, cessazione di
attività, i sindacati sottoscrivono accordi che prevedono sempre e comunque un
arretramento nelle condizioni di lavoro sotto il profilo delle retribuzioni,
degli orari, delle ferie, della tutela del posto di lavoro, e ancora di
incentivi, bonus, straordinari, anzianità.


È sempre più diffusa la contrattazione del prezzo da pagare per indurre le
imprese a rinunciare alle delocalizzazioni; un prezzo tanto più elevato quanto
più si ritiene improbabile che il vuoto lasciato possa essere altrimenti
riempito. (Se fosse vero, come molti sostengono, che le delocalizzazioni non
generano disoccupazione, non si capisce perché le aziende dovrebbero chiedere,
e le organizzazioni sindacali accettare, condizioni di lavoro più gravose in
cambio della rinuncia al trasferimento delle attività produttive). Le
legislazioni, dal canto loro, sono orientate nella stessa direzione: in Francia
può essere il principio delle 35 ore settimanali, in Italia le leggi che
moltiplicano le forme contrattuali per introdurne di sempre più precarie,
flessibili e, in definitiva, scarsamente retribuite.


La strategia di fronteggiare la concorrenza dei Paesi emergenti rivedendo in
peggio le condizioni economiche e normative dei lavoratori non può avere alcuna
prospettiva di successo, come non la può avere qualsiasi reazione che miri a
contenere i costi di produzione, vuoi diretti come il costo del lavoro, vuoi
indiretti come la fiscalità e gli oneri contributivi. Il motivo è semplice.


Veniamo da un tempo nel quale il confronto competitivo era con Paesi a noi
simili per livello di vita, per scala dei valori, per organizzazione sociale. I
differenziali sui quali si decideva il successo del confronto competitivo erano
marginali, sicché bastavano aggiustamenti relativamente modesti per recuperare
una competitività che per un qualsiasi motivo fosse stata perduta. Chi di anni
non ne ha pochi potrà ricordare il tempo nel quale poteva bastare anche una
svalutazione della moneta del 5% per riequilibrare una bilancia commerciale in
rosso.


Oggi la distanza con i competitori è abissale. Abbiamo di fronte Paesi che
hanno un reddito pro-capite che è un quindicesimo ed anche meno del nostro, che
non hanno oneri sociali né vincoli di rispetto ambientale, né qualsivoglia
forma di tutela dei diritti del lavoratore: non può esserci possibilità di
produrre in Italia a condizioni competitive qualcosa che possa essere prodotto
in quei Paesi a quelle condizioni. Per ora agiscono ancora inerzie, attriti
commerciali, organizzazione ancora parziale dell'offerta, ma sono fattori
contingenti destinati ad essere gradualmente superati (la liberalizzazione dal
1° gennaio dei prodotti tessili, e della biancheria in particolare, già
prospetta effetti sconvolgenti) .


Ne discende che la strategia di rincorrere questi competitori sul loro terreno,
come in qualche misura anche forze del centro sinistra hanno fatto e ancora
propongono di fare, non ha alcuna possibilità di successo. Non è una strategia
nella quale si possa credere e, credendoci, accettare come strumentali i
sacrifici che possono costituirne il passaggio intermedio. Piuttosto, alimenta
la convinzione che il futuro non possa essere che quello di un continuo,
graduale, quasi fatale peggioramento contro il quale non ci sia altro da fare
che tentare di rallentarne il corso, resistendo il più possibile nella difesa -
senza se e senza ma - dei livelli di benessere materiale e civile raggiunti.


Se si riconosce che questa è la conseguenza, allora si deve riconoscere anche
che siamo di fronte alla negazione stessa del progressismo proprio della
sinistra, ossia dell'assunto secondo il quale il cambiamento è la condizione
per poter conquistare una elevazione delle condizioni di vita della gente
(contro l'assunto del conservatorismo secondo il quale la soluzione dei
problemi sta nel tornare indietro). Il progressismo può anche accettare che le
ragioni delle imprese prevalgano su quelle del benessere materiale e civile
delle persone, ma solo se questa prevalenza è temporanea e strumentale ad una
ripresa del progresso della condizione umana, non viceversa come la
globalizzazione, questa globalizzazione, di fatto sta determinando in Europa ed
in particolare in Italia imponendo ad ampie fasce di popolazione di star peggio
con il fine di non stare ancora peggio.



La asserzione di una priorità delle ragioni dell'impresa su quelle del
benessere della gente è contestata dai liberisti, i quali argomentano che
liberalizzazioni e globalizzazione hanno consentito l'offerta di beni
manifatturati e servizi a condizioni prima impensabili, rendendo accessibili
consumi a chi prima non se li poteva permettere. Che i processi di
liberalizzazione abbiano determinato la offerta di beni e servizi a prezzi un
tempo impensabili - si pensi agli arredi di Ikea o alle tariffe delle linee
aeree low cost - è cosa che è sotto gli occhi di tutti. Attenzione però a non
confondere una faccia della medaglia, la faccia "buona", con la medaglia
intera. C'è anche un'altra faccia, ed è data dall'arretramento delle condizioni
dei lavoratori dovuto al tentativo delle imprese tradizionali di resistere alla
concorrenza di quei beni e servizi offerti a prezzi un tempo impensabili.


Questo arretramento si misura non solo e non tanto nel potere d'acquisto col
quale viene remunerata una unità di lavoro - che comunque diminuisce com'è
implicito nel calo della produttività che si accompagna all'aumento della
occupazione - quanto nella precarietà crescente della condizione dei
lavoratori. Il reddito medio di chi risulta occupato, infatti, non si è solo
ridotto in termini di potere d'acquisto, si è anche deteriorato
qualitativamente poiché, anche quando attinge un livello monetario accettabile,
e persino quando deriva da un contratto a tempo indeterminato, non è
affidabile, non consente di programmare la propria vita, spesso non è
considerato per la concessione di un mutuo per l'acquisto della casa. Di
conseguenza, induce comportamenti propri di chi percepisce redditi più bassi,
concorrendo così ad alimentare la spirale della stagnazione della domanda.


Il mobile di Ikea costa poco, certo, ma vale anche meno il lavoro di chi quel
mobile deve comprare: è da vedere se il rapporto è più conveniente per il
consumatore, o non per il produttore di quegli arredi. I punti vendita di Ikea
sono sempre affollati, girano alla grande: sono pieni di prodotti a basso
prezzo perché fatti realizzare nell'est-Europa o ancora più lontano, ma anche
quella moltitudine di frequentatori ed acquirenti è fatta in massima parte da
gente che ha redditi bassi e lavoro precario a motivo della globalizzazione,
ossia a motivo della esigenza che il sistema produttivo nazionale ha di
sostenere la concorrenza dei Paesi dell'est-Europa o anche più lontani.


Il cane, così, si morde la coda, tanto è vero che la presenza di Ikea, del made
in China, o delle compagnie low cost non sembra generare equità sociale,
serenità, fiducia nel futuro. Il reddito nazionale seppur di poco cresce, non
c'è recessione, ma la grande maggioranza si comporta come se ci fosse. Ecco
allora che, seppure ad una analisi superficiale possa sembrare il contrario, a
ben guardare la globalizzazione una coloritura politica ce l'ha, ed è
inequivocabilmente di destra.


* * *


Il contrasto ad una globalizzazione così intesa e ad una strategia che,
pretendendo di competere con i Paesi emergenti sul loro stesso terreno, si
risolve nella prospettiva di un disperante arretramento delle condizioni dei
lavoratori verso livelli da Paesi emergenti, è, dovrebbe essere, un compito
primario di ogni forza politica che intenda tradurre in un progetto politico il
suo dichiarato orientamento a sinistra.


Finora la sinistra ha affrontato l'argomento con imbarazzo, un po' - come si è
detto - con politiche di sostegno delle imprese (le recenti controproposte sul
fisco ne sono un esempio), un po' portando il suo mattone al processo di
precarizzazione (il cosiddetto Pacchetto Treu), e un po' con l'utopia di
vagheggiare qualche dose di protezionismo da attivare nei confronti dei Paesi
che non rispettano elementari diritti civili, ad esempio utilizzando lavoro
minorile, o che copiano o contraffanno prodotti occidentali. Bisogna
riconoscere che è un po' poco per rovesciare il carattere di destra che questa
globalizzazione ha assunto, per ripristinare la fiducia in un futuro migliore e
così mobilitare le forze disposte ad impegnarsi per costruirlo.


È evidente la necessità, l'urgenza, di un progetto più innovativo; un progetto
che punti a recuperare il senso iniziale della globalizzazione, con un
progresso dei Paesi emergenti mosso dal loro interno, e non dipendente dalla
iniziativa delle imprese dei Paesi evoluti (cosa, questa, sulla quale una
iniziativa italiana potrebbe ben poco, ma che deve costituire comunque un
riferimento), e con la sostituzione delle attività conquistate dai Paesi
emergenti con attività di livello più alto, più innovativo, più specialistico
e, dunque, meno esposto alla concorrenza dei Paesi a basso costo. Il problema
non sta tanto nella sua definizione, la cui correttezza è comunque un
indispensabile punto di partenza, ma nella individuazione di una soluzione
efficace e praticabile.


La definizione è semplice perché emerge da un recupero del senso originario
della globalizzazione: non la semplice delocalizzazione (ossia fare altrove ciò
che attualmente si fa in Italia), ma la cessazione delle attività che possono
essere svolte con costi più bassi dai Paesi emergenti per sostituirle con altre
più specialistiche, più esclusive, a maggiore valore aggiunto. È opportuno
fermarsi su questo punto perché occorre non solo accettare, ma addirittura
auspicare la perdita di manifatturazioni mature che, in quanto tali, non sono
in grado di generare quel valore aggiunto più elevato che serve per
"finanziare" la fiducia in un futuro migliore e, quindi, per far virare verso
sinistra una globalizzazione indiscutibilmente di destra; che serve in
definitiva per rendere l'intero processo coerente con la cultura, le
tradizioni, i valori dell'Europa sostituendo il benessere e la serenità della
gente agli interessi delle imprese come obiettivo finale al quale lo stesso
processo deve essere volto.


Trattenere, agevolare, contrattare la permanenza in Italia di manifatturazioni
che possono essere svolte in Paesi a basso costo significa procedere verso le
condizioni economiche e civili di quei Paesi. Trattenerle per il principio del
"meglio di niente" crea illusioni, ritarda il compimento di una storia nella
quale ormai sta comunque scritta la esclusione di quelle produzioni dai Paesi
evoluti ad elevato e diffuso benessere come il nostro.


Questa è la definizione della strategia sulla quale una forza della sinistra
dovrebbe impostare la propria concezione del futuro per chiedervi il consenso
popolare e ribaltare, tra l'altro, sulla destra l'accusa di conservatorismo
alla quale si espone opponendosi ad ogni soluzione che comporti una riduzione
del benessere. Espresso in termini meno analitici per poter assumere la
necessaria forza di impatto, questo può diventare il tema sul quale la sinistra
può ritrovare una propria identità tipica, emblematica, centrale, in
contrapposizione alla politica dichiarata o comunque realizzata dalla destra.
Si tratta di tradurre questa strategia in indirizzi operativi, ed a questo fine
le direttrici ipotizzabili sono almeno due.


La prima è l'aumento della dimensione media delle imprese. Ci sono voluti anni,
ma finalmente è un dato acquisito che la piccola impresa, prezioso patrimonio
nello sviluppo dei passati decenni, è un limite quando lo sviluppo futuro sia
affidato ai massicci e costanti investimenti da effettuare nella ricerca, nella
innovazione, nella specializzazione, nella esclusività dei prodotti italiani da
offrire al mondo insieme a validi motivi per comprarli. In quanto preliminare
ad ogni progetto di futuro, la crescita della dimensione media delle imprese
non può non costituire un obiettivo politico prioritario. Tra l'altro, la
produttività del lavoro nelle grandi imprese è quasi doppia rispetto alle
piccole.


Lo strumento col quale perseguirlo non può che essere quello offerto dalla
fiscalità; una fiscalità che in qualche modo penalizzi la piccola dimensione
per premiare la grande, i pochi dipendenti piuttosto che molti (ad esempio con
una defiscalizzazione progressiva), le proprietà poco articolate o comunque
quelle nelle quali il maggiore azionista superi una determinata quota (limite
aggirabile, questo, ma tutto sta ad incominciare con un chiaro segnale politico
per la separazione del patrimonio delle imprese dal patrimonio delle famiglie).
Ci vuole la disponibilità ad affrontare la contrarietà dei piccoli imprenditori
che, invece, tutte le forze politiche hanno sempre blandito costituendo una non
indifferente forza elettorale. Ma questa è la prima ed innovativa riforma che
deve essere tentata per restituire una colorazione positiva al futuro ed
impegnare le forze attive su un progetto nel quale credere. Del resto, anche le
moltitudini di piccoli imprenditori su quale alternativa di futuro possono
contare?


La seconda è il recupero del ruolo dello Stato nell'economia. Può essere una
rivoluzione della cultura di questi ultimi decenni, ma non dovrebbe costituire
una remora per un programma di sinistra. Nell'Europa continentale (altra cosa
sono l'Inghilterra e l'Irlanda) il "meno Stato" ha dimostrato di non
funzionare. L'analisi è complessa, ma si può riassumere nella scarsa
propensione a correre i rischi imprenditoriali sempre più rilevanti che la
globalizzazione dei mercati comporta. Nei grandi Paesi europei, infatti, la
presenza del capitale pubblico nelle manifatturazioni che richiedono imprese di
grandi dimensioni è rilevante.


Questa rilevanza è evidente in Francia e in Germania; nei Paesi del Nord Europa
lo è meno, ma c'è ugualmente nella forma di una forte influenza pubblica sulla
gestione dei maggiori gruppi privati. Nell'uno e nell'altro caso si realizza
una sorta di socializzazione del rischio che consente di poter destinare
ingenti risorse nella ricerca e mantenere così competitive le esportazioni. La
Germania, pur con un sistema non meno rigido del nostro, uno stato sociale non
meno costoso, un costo del lavoro certamente non inferiore ed una fiscalità non
certo più ridotta, è diventata il primo esportatore del mondo in anni nei quali
qui in Italia si accampava l'alibi della stagnazione europea per giustificare
la stagnazione, e si accampava l'alibi dell'apprezzamento dell'euro per
giustificare la perdita di competitività delle esportazioni. Anche negli Stati
Uniti, ed in parte anche in Inghilterra, il ruolo dello Stato nel sostegno
delle attività produttive è assai rilevante attraverso le enormi spese militari
che finanziano la ricerca ed, attraverso questa, consentono il mantenimento del
primato tecnologico che a sua volta assicura il mantenimento del primato
industriale.


In Italia, invece, a dispetto delle quote non indifferenti che Stato ed enti
locali possiedono ancora nel capitale di imprese produttive, il ruolo pubblico
è scarso e quel poco nel quale si concreta si esaurisce in interventi per il
salvataggio di gruppi in dissesto. Anche la spesa pubblica per la ricerca è
notoriamente esigua. La promozione di innovazione attraverso la domanda
pubblica è pressoché nulla. L'iniziativa che lo Stato produceva attraverso le
partecipazioni statali non è stata sostituita da quella dell'imprenditoria
privata, e tra i pochissimi poli manifatturieri, che reggono bene il loro
mercato e che sono tecnologicamente aggiornati, spiccano Fincantieri, Alenia,
Agusta, Aermacchi: aziende di caratura mondiale il cui successo si deve alla
iniziativa pubblica.


Occorre riconoscere che la "ritirata dello Stato" dal sistema produttivo è
stata doppiamente disastrosa: lo è stata perché si è risolta con la dispersione
di attività pur valide (si pensi alla vicenda degli acciai speciali di Terni)
che costituivano, al di là della loro consistenza economica, competenze,
professionalità, scuole che, senza più imprese, si sono disperse (e nel nostro
tempo, se un Paese esce da un settore è assai difficile che possa rientrarvi;
cosa da annotare con riferimento al caso Fiat); e lo sono perché le
privatizzazioni hanno distratto risorse agli investimenti necessari per evitare
il declino di industrie affermate come Fiat Auto o Pirelli.


A questo genere di tesi c'è una obiezione diventata quasi un luogo comune: la
politica è corrotta e l'iniziativa pubblica nell'economia finisce per
risolversi in uno spreco di risorse. Non mancano, però, le contro-obiezioni. Da
tangentopoli sono passati più di dieci anni. In questo tempo si è stabilita
anche in Italia una democrazia dell'alternanza che costituisce un terreno assai
più arido della democrazia bloccata per la corruzione, per la commistione tra
affari e politica, per gestioni piegate agli interessi dei partiti; comunque
l'ingegneria finanziaria ha prodotto una infinità di formule per mantenere
ispirate a criteri privatistici attività promosse dall'iniziativa pubblica.


Sono molte le attività nelle quali ci sono competenze con grande potenziale di
crescita, vanno dal biotech alle nanotecnologie, dai materiali speciali ai
mezzi di trasporto su rotaia, dalla motoristica (diesel, idrogeno, motori
ibridi) alla nautica, dal recupero dei marchi storici del motociclismo agli
arredi di alta qualità: questo per dire in quanti settori l'Italia ha già
professionalità, competenze, capacità progettuali, ma manca di slancio
imprenditoriale. Il vero spreco e di non metterle a frutto e di lasciare,
inerti, che deperiscano o che se ne impossessino aziende straniere.


Altra obiezione anch'essa scontata: le risorse. Nel Paese non manca una
ricchezza che non chiede altro che essere investita in progetti credibili, resi
poco rischiosi da un forte impegno pubblico (si è già accennato alla
socializzazione del rischio) e con la prospettiva di avere i lavoratori
compartecipi del progetto, e dunque disponibili anche a subire condizioni
inizialmente sacrificate, ma con la garanzia di partecipare equamente al
dividendo che potrà venire dalla riuscita del progetto.


C'è poi una politica di bilancio che può volgere al servizio di una siffatta
politica una parte consistente degli attuali trasferimenti alle imprese
(dirottandoli dalle imprese che per i motivi detti non hanno futuro). E c'è,
infine, la politica fiscale. La contribuzione fiscale va ribadita come la
materializzazione del patto di cittadinanza, di appartenenza alla comunità
nazionale, di partecipazione alla costruzione del suo futuro e, nel caso
specifico, al ristabilimento delle capacità di produrre il volume di risorse
necessario innanzitutto per evitare una contrazione del benessere e della
equità distributiva, quindi per riprendere un percorso di progresso per il
quale valga impegnarsi; un percorso, quindi, in grado di prospettare ai figli
una condizione migliore di quella dei padri.


Un programma delle forze politiche in varia misura orientate a sinistra non può
eludere il tema della disponibilità di risorse per prospettare un futuro
migliore del presente, per restituire alla gente motivi di fiducia, di impegno,
di partecipazione ad un progetto di elevazione del Paese e della sua dignità
anche in tempi di globalizzazione e di confronto competitivo con Paesi e genti
molto più indietro sulla strada del progresso e del benessere. Come negli anni
'90 si riuscì a dirigere tutte le forse del Paese verso un risanamento
finanziario, monetario ed istituzionale che riscosse l'ammirazione del mondo,
così ora occorre costruire su quel risultato un modello di sviluppo più
evoluto.


Il risultato del risanamento e della adozione della moneta unica è rimasto
monco perché il centro-destra non lo ha sviluppato ed, anzi, ha svilito e
svilisce il ruolo delle istituzioni nell'offrire una cornice di interesse
generale all'attività ed all'impegno di persone, imprese, sindacati,
associazioni, organizzazioni rappresentative, di tutti quanti hanno un ruolo
economico, sociale, politico. Contro la gratificazione immediata, ma senza un
progetto per il futuro, che il centro destra va offrendo, il centro-sinistra
deve poter offrire un futuro nel quale poter credere o almeno poter sperare. Se
non saranno le forse di centro-sinistra a recuperare il senso dell'appartenenza
ad una comunità nazionale ed a proporre un progetto di crescita nel quale tutti
si possano riconoscere in quanto appartenenti a quella comunità, chi altro, ed
in quale spazio politico, lo potrà mai fare?



(05/01/2005)


articolo riproducibile citando la fonte

http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=382
--
Riceverete email con opinioni,analisi e notizie inviare un'email a:
notizie_sinistra-subscribe@yahoogroups.com

Nsx - News from Left http://nsx.altervista.org
From:ZigZag
Subject:Re: Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)
Date:Fri, 07 Jan 2005 16:58:06 GMT

"Notizie Sx" ha scritto nel messaggio
news:FOTCd.368594$b5.18054922@news3.tin.it...

> Se si dovesse attribuire alla globalizzazione una etichetta che ne
definisca la
> natura politica, occorrerebbe attribuirgliela di destra. La
globalizzazione è
> di destra per la sua origine, per i processi attraverso i quali si va
> realizzando, per le politiche che direttamente o indirettamente induce.

Questa me la sa spiegare qualcuno?

> Per il suo aspetto politico, la globalizzazione così come la concepiamo
oggi nasce dai
> processi di liberalizzazione degli scambi di beni, di capitali e di
conoscenze
> realizzati o indotti negli anni '80 dalla amministrazione Reagan negli
Stati
> Uniti e dal governo presieduto dalla Tatcher nella Gran Bretagna.
L'assunto di
> quei processi era un ampliamento al mondo intero dei mercati dei beni, dei
> servizi, del lavoro, dei capitali in modo che ogni attività potesse essere
> svolta da chi fosse in grado di provvedervi alle condizioni più
convenienti per
> l'utilizzatore;

Ok

> ne sarebbero derivati un trasferimento delle produzioni a più
> bassa tecnologia nei Paesi emergenti dove i costi sono più ridotti, e nei
Paesi
> più evoluti una spinta verso l'innovazione e la produzione di beni e
servizi
> più sofisticati e, dunque, a maggiore valore aggiunto: insomma un eldorado
nel
> quale tutti avrebbero potuto progredire verso un maggiore benessere.

E chi dice che non sia vero, almeno in parte?

> Non rilevava in questa costruzione teorica il fatto che le comunità
nazionali
> avrebbero perso molto della possibilità di governarsi, ma questa
connotazione
> era coerente con la natura, appunto, di destra di quell'indirizzo
politico. Una
> natura generata dalla convinzione che una evoluzione guidata dalla
oggettività
> delle logiche di mercato fosse più efficiente di quella che avrebbe potuto
> realizzare la soggettività delle scelte di natura politica, per
definizione
> corrotte, o corrompibili, da valutazioni estranee al perseguimento della
> massima efficienza nell'impiego delle risorse.

Naturalmente, il "progressista" (???) Recanatesi considera "oggettivo" il
mercato (come se non fosse formato dal soggetto per eccellenza, ossia gli
individui) mentre sarebbero "soggettive" le scelte politiche (e chi
appartiene alla minoranza e non condivide le scelte "soggettive" della
maggioranza? di questo caso il buon [??????] Recanatesi da vero
nichilista-vattimiano non se ne preoccupa eh??)

> È appena il caso di rilevare che
> la concezione della efficienza era ed è riferita a parametri meramente
> materiali - il Pil, il costo del capitale, il controllo dell'inflazione,
la
> pressione fiscale, gli utili delle imprese - senza riguardo alcuno per ciò
che
> materiale non è - l'equità distributiva,

l'equità distributiva non è materiale? esempio: mi impongono una aliquota
del 50% sul mio reddito anziché caso mai il 30%, ma quel 20% in meno di
reddito che mi ritrovo e che mi causerà una menomazione nei beni e servizi
che avrei potuto acquistare altrimenti, quella non è materiale??? nooooo
N.B. Non sto dicendo che sia giusta o no una tassazione più o meno elevata e
più o meno progressiva. Contesto solamente dal punto di vista logico
un'affermazione che si può definire solo con un termine: "ideologia" (intesa
in senso marxiano - non marxista - ovvero come "falsa coscienza")

> la serenità sociale, il sistema di
> tutele, la programmabilità della vita, i patrimoni acquisiti di conoscenze
e di
> esperienze -.

?????????? che c'entra??????!!!!!!!!!!!

>
>
> Del binomio promesso dal liberismo - bassa tecnologia ai Paesi emergenti
e
> accelerazione dell'innovazione nei Paesi più evoluti - è stato realizzato
solo
> il primo elemento. Il combinato disposto dell'abbattimento delle barriere
> doganali, della forte riduzione del costo dei trasporti e della diffusione
> della telematica ha consentito ai Paesi emergenti di imboccare con
decisione,
> spesso con irruenza, la via della crescita economica. Centinaia e
centinaia di
> milioni di persone sono uscite dalla povertà e dall'indigenza grazie al
fatto
> che hanno potuto trasformare in forza competitiva la convenienza dei costi
> determinata sia dalle condizioni di arretratezza, sia da fattori culturali
ed
> ambientali.

E ci si lamenta di questo?? Mah...

>
> Non è stato realizzato, o lo è stato solo in parte, il secondo termine
del
> binomio promesso, ossia un salto qualitativo ed innovativo dell'attività
> produttiva dei Paesi evoluti tale da compensare la perdita delle
produzioni a
> favore dei Paesi emergenti.

Magari se in Calabria ci fossero un po' più di ingegneri e un po' meno
impiegati forestali...

> Questo termine della promessa non è stato
> realizzato perché i produttori dei Paesi evoluti non hanno lasciato ai
Paesi
> emergenti le produzioni più mature ed a più bassa tecnologia per dedicarsi
a
> produzioni più sofisticate ed a maggiore valore aggiunto. Se lo avessero
fatto,
> avremmo potuto attribuire alla globalizzazione una connotazione di
sinistra
> perché davvero il processo avrebbe determinato una crescita culturale,
politica
> e sociale dei Paesi emergenti, spingendo nello stesso tempo i Paesi più
evoluti
> verso livelli di innovazione e di progresso più avanzati.
>
>
> I produttori di questi ultimi Paesi, invece, hanno sostanzialmente
continuato
> la loro consueta attività limitandosi ad avvalersi, loro, dei più bassi
costi
> che era possibile ottenere in Romania, in India o in Cina trasferendovi
tutte
> le attività a più alta intensità di lavoro, non solo le manifatturazioni,
ma
> anche i centri di calcolo, i servizi informatici, lo sviluppo dei disegni
> esecutivi e molte altre funzioni ad eccezione, beninteso, di quelle di più
alto
> livello.

I due paragrafi di cui sopra sono in evidentissima contraddizione l'uno con
l'altro. Non vi pare?

> Ne è derivata una concorrenza sulle condizioni di lavoro. Al lavoro
europeo la
> globalizzazione non ha portato l'opportunità di essere impiegato a
condizioni
> migliori (questa era la promessa del liberismo), ma ha portato la
concorrenza
> del lavoro di Paesi indietro, anche molto più indietro, nello sviluppo
> economico, nel reddito distribuito, nelle tutele sociali, nella protezione
> dell'ambiente, nelle norme antinfortuni, nella fiscalità.

Ignoranza!!!!!!!! Questo discorso vale sì in buona parte per la Cina
(COMUNISTA!!! e non si sente mai dirlo in queste analisi di
pseudo-progressisti!!!) ma non certo per la Corea del Sud o Taiwan o la
Malaysia o Singapore, che rispetto a decenni fa hanno introdotto sistemi
sociali e orari di lavoro praticamente simili a quelli del "Primo Mondo" (in
realtà anche loro ormai ne fanno parte). ma ovviamente questo non viene mai
sottolineato.

> Il fenomeno,
> inizialmente strisciante e poco evidente, si manifesta sempre più
distintamente
> negli accordi sindacali e negli indirizzi delle legislazioni. Pur di
evitare
> delocalizzazioni di impianti, ridimensionamenti della produzione,
cessazione di
> attività, i sindacati sottoscrivono accordi che prevedono sempre e
comunque un
> arretramento nelle condizioni di lavoro sotto il profilo delle
retribuzioni,
> degli orari, delle ferie, della tutela del posto di lavoro, e ancora di
> incentivi, bonus, straordinari, anzianità.

E sbagliano!!!! ma i sindacati sbagliano perché vogliono mantenere qua
produzioni ormai "obsolete" per i paesi più avanzati, essendo ignoranti in
economia dopo decenni di ubriacatura lenin-stalinista, e credono che la
chiusura di una fabbrica non possa portare a posti di lavoro migliori in
altri settori.

> (Se fosse vero, come molti sostengono, che le delocalizzazioni non
> generano disoccupazione, non si capisce perché le aziende dovrebbero
chiedere,
> e le organizzazioni sindacali accettare, condizioni di lavoro più gravose
in
> cambio della rinuncia al trasferimento delle attività produttive).

Veramente l'ignoranza di questo cialtrone non ha limiti!!! E' chiaro che la
singola impresa ha vantaggi da una riduzione dei propri costi!!! "Le
aziende" non sono una cosa unica. I posti di lavoro verrebbero da altri
imprenditori!!! Ma quand'è che 'sta gentaglia comincerà a capire che non
esiste un soggetto "collettivo"??? E' una semplice astrazione data dalla
somma di comportamenti e risultati individuali!!


> Oggi la distanza con i competitori è abissale. Abbiamo di fronte Paesi
che
> hanno un reddito pro-capite che è un quindicesimo ed anche meno del
nostro, che
> non hanno oneri sociali né vincoli di rispetto ambientale, né qualsivoglia
> forma di tutela dei diritti del lavoratore: non può esserci possibilità di
> produrre in Italia a condizioni competitive qualcosa che possa essere
prodotto
> in quei Paesi a quelle condizioni. Per ora agiscono ancora inerzie,
attriti
> commerciali, organizzazione ancora parziale dell'offerta, ma sono fattori
> contingenti destinati ad essere gradualmente superati (la liberalizzazione
dal
> 1° gennaio dei prodotti tessili, e della biancheria in particolare, già
> prospetta effetti sconvolgenti) .

Una domanda che nessuno si è posto. Questa liberalizzazione si dice porterà
all'invasione di prodotti cinesi. Ma queste nuove quantità da esportare i
cinesi devono produrle con nuove fabbriche. Con cosa le costruiscono queste
fabbriche?? Magari con prodotti che importeranno (anche) da noi se solo ci
svegliamo un po'???

> Se si riconosce che questa è la conseguenza, allora si deve riconoscere
anche
> che siamo di fronte alla negazione stessa del progressismo proprio della
> sinistra, ossia dell'assunto secondo il quale il cambiamento è la
condizione
> per poter conquistare una elevazione delle condizioni di vita della gente

Quindi se i cinesi stanno meglio, loro non sono "gente"??? Mi sa che
Recanatesi ha la tessera del KU Klux klan in tasca... altro che
internazionalismo!! Dove scrive, su "La difesa della razza"???

> (contro l'assunto del conservatorismo secondo il quale la soluzione dei
> problemi sta nel tornare indietro).

ROTFL

urge soluzione drastica: 1) ricovero immediato in struttura psichiatrica 2)
ripasso approfondito della storia delle dottrine politiche

> La asserzione di una priorità delle ragioni dell'impresa su quelle del
> benessere della gente è contestata dai liberisti, i quali argomentano che
> liberalizzazioni e globalizzazione hanno consentito l'offerta di beni
> manifatturati e servizi a condizioni prima impensabili, rendendo
accessibili
> consumi a chi prima non se li poteva permettere. Che i processi di
> liberalizzazione abbiano determinato la offerta di beni e servizi a prezzi
un
> tempo impensabili - si pensi agli arredi di Ikea o alle tariffe delle
linee
> aeree low cost - è cosa che è sotto gli occhi di tutti. Attenzione però a
non
> confondere una faccia della medaglia, la faccia "buona", con la medaglia
> intera. C'è anche un'altra faccia, ed è data dall'arretramento delle
condizioni
> dei lavoratori dovuto al tentativo delle imprese tradizionali di resistere
alla
> concorrenza di quei beni e servizi offerti a prezzi un tempo impensabili.
>
>
> Questo arretramento si misura non solo e non tanto nel potere d'acquisto
col
> quale viene remunerata una unità di lavoro - che comunque diminuisce com'è
> implicito nel calo della produttività che si accompagna all'aumento della
> occupazione - quanto nella precarietà crescente della condizione dei
> lavoratori. Il reddito medio di chi risulta occupato, infatti, non si è
solo
> ridotto in termini di potere d'acquisto, si è anche deteriorato
> qualitativamente poiché, anche quando attinge un livello monetario
accettabile,
> e persino quando deriva da un contratto a tempo indeterminato, non è
> affidabile, non consente di programmare la propria vita, spesso non è
> considerato per la concessione di un mutuo per l'acquisto della casa. Di
> conseguenza, induce comportamenti propri di chi percepisce redditi più
bassi,
> concorrendo così ad alimentare la spirale della stagnazione della domanda.

Ma questo è colpa di un sistema bancario oligopolistico e politicizzato!!!!
Che c'entra col liberismo???


> Il cane, così, si morde la coda, tanto è vero che la presenza di Ikea,
del made
> in China, o delle compagnie low cost non sembra generare equità sociale,
> serenità, fiducia nel futuro.

Certo, finché si continuano a leggere articoli come questo...

> Il reddito nazionale seppur di poco cresce, non
> c'è recessione, ma la grande maggioranza si comporta come se ci fosse.

Vedi sopra...

> Ecco allora che, seppure ad una analisi superficiale possa sembrare il
contrario, a
> ben guardare la globalizzazione una coloritura politica ce l'ha, ed è
> inequivocabilmente di destra.

E dagli!!! Che vuol dire???

> È evidente la necessità, l'urgenza, di un progetto più innovativo; un
progetto
> che punti a recuperare il senso iniziale della globalizzazione, con un
> progresso dei Paesi emergenti mosso dal loro interno, e non dipendente
dalla
> iniziativa delle imprese dei Paesi evoluti

Bene, se mi si spiega come si fa, all'inizio (non mi sembra cmq che le
imprese coreane, taiwanesi e malesi siano mai state di proprietà di
multinazionali "occidentali")


> È opportuno fermarsi su questo punto perché occorre non solo accettare, ma
addirittura
> auspicare la perdita di manifatturazioni mature che, in quanto tali, non
sono
> in grado di generare quel valore aggiunto più elevato che serve per
> "finanziare" la fiducia in un futuro migliore

Come dicevo io sopra. Peccato che lui dicesse esattamente l'opposto.

> e, quindi, per far virare verso
> sinistra una globalizzazione indiscutibilmente di destra;

e dagli!!! ma questo parla di economia o del piano del traffico??

> che serve in
> definitiva per rendere l'intero processo coerente con la cultura, le
> tradizioni, i valori dell'Europa

servitù della gleba? imperialismo? guerre balcaniche? antisemitismo? shoah?


> La prima è l'aumento della dimensione media delle imprese. Ci sono voluti
anni,
> ma finalmente è un dato acquisito che la piccola impresa, prezioso
patrimonio
> nello sviluppo dei passati decenni, è un limite quando lo sviluppo futuro
sia
> affidato ai massicci e costanti investimenti da effettuare nella ricerca,
nella
> innovazione, nella specializzazione, nella esclusività dei prodotti
italiani da
> offrire al mondo insieme a validi motivi per comprarli. In quanto
preliminare
> ad ogni progetto di futuro, la crescita della dimensione media delle
imprese
> non può non costituire un obiettivo politico prioritario. Tra l'altro, la
> produttività del lavoro nelle grandi imprese è quasi doppia rispetto alle
> piccole.

Per una volta dice una cosa sensata. Che infatti, essendo sensata, non
c'entra con le sue farneticazioni su sinistra e destra.

> La seconda è il recupero del ruolo dello Stato nell'economia.

Lo sapevo che le cose sensate cessavano subito...

> Nell'Europa continentale (altra cosa
> sono l'Inghilterra e l'Irlanda) il "meno Stato" ha dimostrato di non
> funzionare.

E lui ovviamente non si chiede se magari in Inghilterra e irlanda ci sia
davvero meno stato e invece nell'europa continentale no??

> Questa rilevanza è evidente in Francia e in Germania; nei Paesi del Nord
Europa
> lo è meno, ma c'è ugualmente nella forma di una forte influenza pubblica
sulla
> gestione dei maggiori gruppi privati.

Falso!!! Nel Nord Europa uno stato sociale molto avanzato ha comunque
ottenuto buoni risultati (pur dovendosi ogni tanto realizzare qualche
correzione) proprio perché, fra le altre cose, non c'è stato mai un
intervento pubblico di gestione (partecipazioni statali) ma soltanto di
regolazione ed eventualmente di redistribuzione.

> La Germania, pur con un sistema non meno rigido del nostro, uno stato
sociale non
> meno costoso, un costo del lavoro certamente non inferiore ed una
fiscalità non
> certo più ridotta, è diventata il primo esportatore del mondo in anni nei
quali
> qui in Italia si accampava l'alibi della stagnazione europea per
giustificare
> la stagnazione, e si accampava l'alibi dell'apprezzamento dell'euro per
> giustificare la perdita di competitività delle esportazioni.

Veramente la Germania è diventata il primo esportatore al mondo da almeno 30
anni. Ed era un grande esportatore anche prima della guerra, causa non certo
ultima della gravissima crisi che la colpì all'inizio degli anni '30 (e che
poi, con disoccupazione di massa, fu tra le cause del successo di Hitler)
quando in seguito alla crisi borsistica del 1929 tutti i principali paesi
innalzarono le loro barriere doganali rovinando le economie basate sulle
esportazioni (Germania appunto, ma ad esempio anche il Cile)


> Da tangentopoli sono passati più di dieci anni. In questo tempo si è
stabilita
> anche in Italia una democrazia dell'alternanza che costituisce un terreno
assai
> più arido della democrazia bloccata per la corruzione, per la commistione
tra
> affari e politica, per gestioni piegate agli interessi dei partiti;

ROTFL
From:Manomano
Subject:Re: Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)
Date:Fri, 07 Jan 2005 17:54:45 GMT
L'onorevole "ZigZag" ha scritto:

>> Se si dovesse attribuire alla globalizzazione una etichetta che ne
>> definisca la natura politica, occorrerebbe attribuirgliela di
>> destra. La globalizzazione è di destra per la sua origine, per i
>> processi attraverso i quali si va realizzando, per le politiche che
>> direttamente o indirettamente induce.
>
> Questa me la sa spiegare qualcuno?

Beh, c'è qualche malato che dice che la panna montata in tubetto è di
destra... Mi sembra un semplice pourparler che dimostra quanto abbia ancora
da fare la "sinistra" (ma è sinistra questa?) per tornare ai vecchi
splendori (?)

--
www.ciclonews.com
Grande cosa usenet, basta chiedere e trovi qualcuno del ramo che ti
risolve tutto... gratis. (cit.)
From:never9 at libero.it
Subject:Re: Come far virare la globalizzazione a sinistra (LUNGO)
Date:7 Jan 2005 18:43:40 -0800
Mi sembra un semplice pourparler che dimostra quanto abbia ancora
da fare la "sinistra" (ma =E8 sinistra questa?)

Risopste possibili

1) non , non =E8 sinistra =E8 un vecchio rincoglionito dall'ideologia
2) si =E8 sinistra, perch=E8 a questo punto progressisti e sinistra
non sono pi=F9 sinonimi.
   

Copyright © 2006 inetbot   -   All rights reserved